Da un’osservazione degli studiosi di Princeton
“Sai cos’è un buco nero?” “Certo! Mi ci guadagno da vivere” risponde la prostituta nera al personaggio interpretato da Woody Allen nel film Harry a Pezzi. La battuta di pessimo gusto probabilmente sarebbe piaciuta a Wittgenstein che detestava l’interesse sociale verso le novità della Scienza, almeno quelle non riguardanti l’ordinaria vita di ciascuno – come ad esempio una scoperta in campo medico.
L’interesse legato a percezioni tutte dentro alla suggestione effimera si confermano nella notizia sul famoso primo buco nero fotografato. Gli hanno dato un nome: M87*. Ebbene, sta perdendo energia. E in grande quantità! Una valanga pazzesca di energia paragonabile all’esplosione di una quantità di tritolo pari alla Terra. Tutto questo mille volte al secondo per milioni di anni. Numeri, dati, riferimenti che sono quasi impossibili da recepire. E tutto ciò avviene a cinquantacinque milioni anni luce dalla Terra. Possono esser dato come riferimenti numerali ma non dicono per la elementare capacità di percezione delle persone.
Tutto questo, pare, confermare la relatività di Einstein. È tutto pubblicato su The Astrophysical Journal grazie a ricerche di astrofisici da Princeton.
L’evidenza della necessità di raffigurare da parte dell’umanità è data dal grande clamore che fece la sua fotografia. Non altrettanta attenzione è stata riversata nei confronti della sua prossima decadenza.
Pare sia dimostrato che il buco nero in questione ruoti su sé stesso. Così facendo trascina campo magnetico. E – qui vengono i dolori concettuali – trascina anche la dimensione spazio-tempo. Un’altra immagine evidenzia come il campo magnetico impedisca di divorare la materia vicina.
Ed è il rovesciamento dell’asserto wittgensteiniano: “noi ci facciamo immagine dei fatti”. Piuttosto qui: sono i fatti a darsi immagine di loro. Ed è la rivoluzione vera che ci insegnano i buchi neri ed è quella sul cui riflettere.