La fortuna di un’opera non trova sempre spiegazioni direttamente conseguenziali al suo valore. Molto spesso un lavoro nel mondo delle arti va riscoperto, ripensato, rivissuto. Ed è la Storia a dargli ragione, indipendentemente dal suo successo al momento della sua evidenza come cosa reale. E non conta anche il primo successo iniziale. Il recupero dell’attestazione espressiva va sempre incontro alla possibilità di una rilettura innovativa in grado di evidenziarne aspetti precedentemente rimasti celati, nonostante il primo successo. È un quadro di ripensamento critico – sia questo, quello elogiativo, che di sua esatta ricollocazione di merito – utile al fatto di capire meglio la parte del fruitore dell’opera. Diventa un fatto la condizione di maggiore gradimento nell’attestazione di un’opera d’arte. Questo fatto ci dice chi siamo e cosa siamo diventati, quindi quel che non eravamo al momento in cui determinate qualità non erano state recepite nell’opera. L’opera diventa l’occasione di comprensione di sé oltre che di ripensamento del contesto storico in cui è stata generata.
Sono considerazioni che si attagliano bene alla riedizione del romanzo di Carlo Emilio Gadda. La narrazione è fortemente calata nelle cose di una Roma pensata negli ultimi anni del fascismo ma si attaglia bene anche a quegli anni Cinquanta della ricostruzione. Il panorama chiaramente è l’Esquilino, le strade menzionate, una città che comincia a riconoscersi ma i cui concittadini si accorgono di esser diventati randagi.
In questo quadro di sobria desolazione si consuma un delitto a cui il commissario della Mobile Francesco Ingravallo dovrà dare soluzione. Don Ciccio, è il soprannome del commissario che così sarà più riconoscibile in tutto il racconto, deve vedersela con tanti, troppi aspetti misteriosi. Non c’è solo il furto di gioielli alla vedova Menegazzi in cui stancamente si produce inizialmente. C’è un’eco di voci, di monadi, di personaggi ben delineati ma senza volto. In questa prima distratta ricerca di responsabili ci scappa il caso grosso. L’omicidio! Ed è un’altra donna a pagare. Liliana Baldacci, donna agiata, sposata. Tutto avviene in questa via Merulana, 219. Cosiddetto Palazzo degli Ori diventa il teatro delle investigazioni. Dall’uno delle due protagoniste menomate nella vicenda si arriva a una moltitudine di personaggi, ciascuno con maschere difficili da decomporre per arrivare ai volti nudi. C’è il commendator Angeloni, ci sono i poliziotti che condividono con Don Ciccio le faticose indagini, c’è Roma. E anche Roma dopo un po’ non è sufficiente. Don Ciccio investiga ai Castelli. Se ne va a Marino nella ricerca del colpevole. Ma si tratta di una figura mutevole, tanto da cambiare nelle diverse stesure negli anni. È chiaro che come in un romanzo si Guy de Maupassant o di Simenon, ma sicuramente ancor più, non è l’omicidio il male peggiore. La condizione identificante ciascuno dei soggetti incontrati dall’investigatore consiste nella vita inautentica, così come il contesto storico culturale vissuto. Una città piena di gloria che si trova orfana delle ragioni della grandezza con cui è apprezzata nel mondo. Restano solo strade polverose, malinconia sottile, consapevolezza di quanto tutto ciò che sussiste non sia vissuto ma trascorso. Ed è per questo che la soluzione della trama giallistica non corrisponde al fine della narrazione. Non può riguardare anche la sua fine.
La fine sta un po’ dentro ciascuno dei personaggi. Ed è forse il mediante in grado di riconoscersi l’uno con l’altro pur avendo ciascuno ruoli sociali e narrativi diversi.
( Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957 – ed. Adelphi, Milano 2018 )