“Il Domani” non è “un domani”. E nelle due accezioni c’è di mezzo il predicato di esistenza che nel primo caso non si dà perché concetto fissato nell’imperituro. “Un domani” è legato invece a questo tempo, a questo luogo dell’essere.
IL falso piano del neorealismo, in definitiva, serve a compensare quelli che potevano essere degli ammanchi di scenografia. Ambientato, invece, in alcuni scorci della Testaccio di oggi, non ci si rende conto che sono passati più di ottanta anni e la tecnologia è diventata visibile anche dentro un rione che era popolare.
Di certo, le faccette di Cortellesi non la riportano a una donna di quegli anni. Neanche la conversazione surreale con Emanuela Fanelli, tantomeno l’etica nel picchiare la moglie. Piuttosto pare esserci bisogno di ridare in caricatura anni che furono di una sofferenza indicibile, tanto che chi li visse effettivamente difficilmente era disposto a parlarne.
Se ne parla però grazie al film della Cortellesi. I riferimenti trovati a De Sica e Visconti passando per la Magnani di Roma Città Aperta sono liberi e ciascuno ha facoltà di trovarne. Diversa la questione sul motivo per cui oggi si avverta la necessità di recuperare un clima consegnato alla Storia, quella scritta e riscritta sui libri, quella di persone oramai quasi tutte trapassate, quella della narrazione di narrazioni assimilate e riproposte. Oggi proprio è di questo ultimo tipo di fabula che c’è bisogno. In tal senso, allora, si recupera la buona fede di approcciare un lavoro di ricostruzione immaginifica quale è quello apportato da Paola Cortellesi.
Il ritorno al successo di botteghino come dimostrazione dello stato di salute del cinema italiano consiste, in definitiva, in un argomento a detrazione del film perché è chiaro come la fortuna di una vicenda narrativa sia legata al momento specifico in cui è proposta e a certe situazioni oggettive di cui nessuno poteva sapere all’atto del suo concepimento.
Il pericolo sotteso invece resta la creazione di un mostro. Cosa farà adesso Paola Cortellesi? Avevamo tutti apprezzato la sua duttilità di maschera comica, la sua inarrivabile qualità canora, la capacità di vestire l’ironia senza alcuna remora. Se scambiata come grande autrice di film potrebbe creare la trappola di Sé stessa. Così se credesse troppo a questo magma mediatico creato su di lei.
Sono onde d’urto, queste, che servono a dare movimento alle cose e non rendono mai giustizia dei loro occasionali protagonisti. Se vogliono avere un domani lo debbono cercare sempre. Come se oggi non fosse mai esistito.