20.6 C
Rome
giovedì, Aprile 3, 2025

Concorrente avvisato …

Grandi attese e scommesse sugli esiti di questa annunciata guerra dei dazi

Pòro Trump …

Il presidente più ascoltato dalla Storia e quindi il meglio compreso

Torna l’ora legale

Lancette un'ora dopo

“ L’esperienza prevale sul possesso “

In una paginata di intervista molto mediata dalla ricostruzione della redattrice Chiara Beghelli l’imprenditrice Lavinia Biagiotti rivendicando la conoscenza sapienziale e tramandata assunta dalla madre esprime alcune visioni non facenti parte del mondo imprenditoriale propriamente detto.

Come recita anche il titolo lei parte da un momento coscienziale bisognoso di una sua auto-evidenza attraverso lo scritto. Lavinia ha bisogno di scrivere quando comincia il suo giorno. E non chiarisce se si tratta precisamente di semplici appunti di lavoro oppure se una messa a fuoco su un punto di chiarezza su chi è e cosa sta facendo.

E come per gli appunti scritti la mattina dove si chiarisce sul fare, quindi sul proprio essere attuale, tutto nasce sempre da una narrazione. Quella di Lavinia è di una bambina nata nel castello di Marco Simone a Guidonia Montecelio (a venti chilometri da Roma) dove ha non vissuto l’ambiente come fosse un luogo incantato piuttosto come un cantiere.

Nella conversazione si rovesciano gli apici di inizio e fine. Ed è anche qui un eterno ritorno della scrittura sul fare e sull’essere. Perché, specialmente per un imprenditore, si finisce di essere quello che si fa. Il fare non solo dà una proiezione di Sé dice anche qual è la tua visione, la “volontà di potenza” con la quale vuoi affermarti nel mondo. Quindi dice definitivamente chi sei. Una responsabilità ancor grande, tanto più quando si sposa il senso del bello per il bello oppure del bello funzionale, ma anche (e diversamente) della funzionalità senza perdere mai di vista la bellezza.

“Fare una cosa bella è facile, bella e pratica è più difficile”. È il dilemma che sussiste in ogni azione e tanto più tematizzabile nell’atto politico – inteso in senso non politicistico. Ed è in tal senso che è possibile dare una declinazione all’asserto di Wittgenstein per cui “Etica ed Estetica sono la stessa cosa”.

Non si dà e non può darsi la bellezza in astratto. Deve sempre trovare nelle funzioni il suo luogo d’essere. Anzi, proprio partendo dalla strumentalità riesce a dare il segno di sé come di quel qualcosa sussistente ben oltre i valori d’uso e di scambio.

Una cosa utile nessuno obbliga a renderla bella. Nel momento in cui esprime quel qualcosa chiamato bellezza che sussiste la radice di questo predicato. Ed è una novità sostanziale dei nostri tempi per cui chiunque abbia la pretesa di creare bellezza in assoluto – misurandosi con le forme in cui si evidenzia solitamente (le arti belle) – debba tenere conto.

È il monito, sempre più forte, che forse ai nostri tempi la bellezza noi dobbiamo cercarla nelle cose semplicemente finite che ci stanno attorno piuttosto di avere la pretesa di realizzarla ex novo. Un campanello d’allarme per chi vuole creare a farsi sempre più trasformatore che vero e proprio innovatore.

TI POTREBBE INTERESSARE

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Seguimi anche su:

0FansLike
0FollowersFollow
0SubscribersSubscribe

Latest Articles