Le simpatie estetiche e quelle che invece si oppongono alla sua figura hanno segnato nell’esito dello scontro di governo un punto a sostegno dei secondi. Sgarbi è uomo difficile da seguire. Meglio quando è lui propugnatore di tesi a sostegno di qualcuno, come Berlusconi, perché in questo caso si mostra fedelissimo.
I suoi seguaci debbono rinunciare a pretendere una linea di coerenza teorica. L’individualismo dell’istrione lo porta in situazioni spesso imbarazzanti e a volte insostenibili. Ma la grandezza del personaggio che ha fatto parlare di sé per trentacinque anni va come un treno quando la promozione deve riguardare la sua persona. Non una causa, non una compagine.
Sgarbi è amico solo di sé stesso. Ed è questo tratto che i suoi coevi non gli perdonano, anche perché lui non è un attore, non è un istrione, non deve far parlare i rotocalchi e portare a casa contratti eccellenti per i suoi film o i suoi concerti.
In un modo o nell’altro lo storico dell’arte si mette a disposizione di un sistema organizzato ed è nel rifiuto di dipendere da tempi, gerarchie, modalità ed estetica dell’apparire che si consuma il più delle volte il dissidio inevitabile.
Lo scontro titanico col ministro in carica poteva essere messo in sordina solo per un anno. Sgarbi è durato un anno e mezzo circa. Gli ha detto anche bene. Su di lui c’è stato il coraggio di averlo confermato in squadra, nonostante oramai fosse un uomo senza peso specifico – il suo padrino, Silvio Berlusconi, volgeva all’inevitabile declino.
Chiedere e ottenere di avere un ruolo nel ministero per lui più ambito sarebbe stata una cosa impossibile, anche solo a pensarsi. È stato messo in piedi un compromesso alla democristiana e come nella memoria di quelle mediazioni temporanee questo stato di cose non poteva durare a lungo. Così come non è durato ai tempi di Urbani.
Il limite di questo scontro però è consistito nella mancanza di uno scontro. Nessuno può fare il tifo per lui in opposizione al ministro in carica o viceversa perché questo ultimo non esiste sotto il profilo della simbolica. Se Sgarbi veste i panni consolidati del genio e sregolatezza, Sangiuliano non veste alcunché se non la prospopea.
Non c’è stato duello e l’esito non sarà particolarmente ricordato come emblematico per il nostro paese o per lo stato di cose. Così come non lo fu ai tempi del braccio di ferro con Urbani.
Il Vittorio dovrà continuare a giocare nel ruolo di battitore libero con la consapevolezza però che il suo principale nume protettore si è estinto. La sua immagine possiede una forza determinata esclusivamente da sé stesso. Tutto questo può essere troppo poco davanti la titanica presenza della burocrazia e la techné della cosa pubblica. È molto, è abbastanza però se decide di mettere in simbiosi la sua rappresentazione con un modello di interesse generale che riesca ad andare oltre alla sua persona.
Virare dall’individualismo più sfrenato alla sua età appare impossibile. Ma le altre strade lo sono ancor di più.