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Una serata con Carlo Molinari

C’è un modo per uscire dalle strettoie del canzonettismo sanremese. È quello di uscire di casa per andare a teatro o al cinema. Ma sempre per restare in tema del teatro-canzone al teatro Off Off in via Giulia a Roma il concerto di Carlo Molinari offre uno spaccato esistenziale di vivere lo stato delle cose attraversandolo con il sentire di un artista-vero dei nostri tempi.

Uno che non ha bisogno di passerelle, dei clamori, dell’affermazione legata strettamente alla propria persona perché ne ha già avuto in abbondanza in ben altri ambiti.

Diversamente dal De André di “quello che non ho”, Carlo Molinari comincia da quello che non è – o meglio quello che non è stato. “Poverissimo” … “Donna afghana” … “Vittima di guerra” … “soldato” … Tutte condizioni che al di là del non essere, inteso in senso esistenziale effettivo, toccano inevitabilmente la dimensione dell’Essere inteso in modo più estensivo. Quindi coinvolgono anche chi non ha vissuto effettivamente quelle esperienze ma ne ha presente tutto il gravame. Ed è così che i mali del mondo – o più esattamente dovremmo dire della Terra, quindi del nostro mondo, quello che viviamo e dalle cui contraddizioni non possiamo sentirci esonerati – toccano ciascuno di noi.

La sua ispirazione sembra avere inizio dal fulmine eracliteo che illumina improvvisamente la notte. L’intuizione di Carlo Molinari è il “giallo su nero”, brano ispiratissimo nel quale centra questo ineffabile momento sul quale però l’estetismo delle forme apollinee si impongono con altre priorità.

Il “giallo su nero” invece consiste nel grande inizio della necessità di fare luce sull’accaduto, un momento che va oltre l’interpretazione soggettiva delle cose. Consente, anche solo per un attimo, di vedere la natura delle presenze sussistenti. Ma è solo un attimo. Quell’interstizio intermittente in grado di farci uscire dal dinamismo nevrotico dell’ordinarietà che induce alla quotidianità, al consolidato, al certo.

Ma non ci sono certezze nella narrazione di Carlo Molinari. Si presenta con chitarra acustica e un gruppo di grande qualità sonora con batteria, basso, chitarra e tastiere. Le chiama “prove per non affogare” e nella base ritmica, come nelle intermittenze timbriche segnate dall’alternanza delle chitarre oltre che da fisarmonica e tastiera elettronica, c’è forse la possibilità anche di tentare un’emersione per cercare di respirare con chi ti somiglia.

E sono diverse le generazioni in sala ad apprezzarlo, a chiedere il bis, accompagnandolo nella voglia di un mondo liberato dal suo male costituito da tante elementi di stringente attualità: guerra, sopraffazione, sfruttamento del lavoro, contraddizione ricchezza-povertà. Edoardo Petretti al piano, Luca Pirozzi al basso, Gianluca Siscaro alla batteria e Moreno Viglione alla chitarra costruiscono, insieme ai brani tutti da meditare e da cantare, un’atmosfera di cui il pubblico ha ringraziato. Almeno per la prima serata si è usciti dalle secche di Sanremo. Alle prossime continuerà il lavoro di resistenza attiva.

E tra gli amici anche quelli che non si vedevano da tempo. Gli anni del Folk Studio dove Carlo Molinari ha mosso le prime prove d’autore accompagnato da tanti colleghi come De Gregori, Venditti. Tra questi anche Edoardo De Angelis che canta la famosissima Lella e duetta con il suo ospite. Tra i regali c’è anche la riproposizione del brano di Leonard Cohen, Dance me to the end of love.

E il calore scambiato col pubblico pare esser dato dal colore. Sì, il colore! Quel qualcosa non denominabile attraverso il gravame dell’ideologia pedante ma vissuto dalla necessità di accedere ad un umanitarismo di cui nel bello d’arte troviamo la vera intuizione.

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