Ieri ci ha lasciato Barbara Balzerani. Aveva settantacinque anni. Ha fatto parte delle Brigate Rosse e del commando che attaccò la scorta di Aldo Moro per rapirlo e iniziare la vicenda che vide il presidente della Democrazia Cristiana come ostaggio criminale e poi vittima per la messa a morte emessa da questo tribunale dei terroristi.
Barbara Balzerani fece parte di quel commando. Non si disse mai pentita delle sue scelta, ma addolorata dei dolori che dovettero lasciare nel suo corso.
Alla sua dipartita fanno impressione i vuoti, i silenzi, la mancanza di interpretare questi momenti come occasione per rimeditare ed equilibrare quel lutto nazionale. Ma la cosa che fa più impressione sono le voci di solidarietà che continuano ad arrivare.
Un collettivo di studenti prova ad essere testimone del suo messaggio che deposita al vaglio della Storia. Se vero, riporta un virgolettato attribuibile alla Balzerani, nel quale dice: “cosa volevamo? Tutto. Riprenderci la vita rubata da padroni, partiti, chiese e sindacati. La più grande occasione di mettere in questione lo stato presente delle cose”. E lì i saluti comunardi lanciati con l’elegia di chi vede la sua figura come lanciata nel tentativo di dare assalto al cielo. Una dimensione prometeica che dà nobiltà alla terrorista. Col saluto finale dal sapore crepuscolare con cristianissime venature: “che la terra ti sia lieve”. Firmato: “Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista.
Ma su twitter c’è la docente di filosofia teoretica Donatella Di Cesare che fa bingo. Scrive ma poi toglie: “la tua rivoluzione è stata anche la mia”. Dimenticando che è proprio la tradizione marxista ad averci insegnato a non prendere mai le idee in astratto ma vederle sempre commisurate alla modalità in cui sono a terra, si fanno Storia e modificano il corso delle cose reali.
Anche a più di quarantacinque anni di Storia non bisognerebbe essere molto clementi con accadimenti aventi la responsabilità di aver dirottato il corso delle cose, portando molti lutti, tragedie umane e collettive. Giusto considerare quegli attori – la cui piena consapevolezza e autorialità di quanto fatto è ancora da verificare pienamente – come espressione di un clima di tensione, prevaricazione e rivendicazione continua facente parte integrante di quegli eventi. Si tratta di uno specifico sul quale insistere sempre, altrimenti un giovane o un postumo non capirebbe mai quegli anni.
Detto questo, bisogna sempre dire che ci furono persone impegnate a cambiarlo quel mondo utilizzando i mezzi a disposizione, tra i quali anche la ribellione, la spontaneità, l’esuberanza giovanile, la creatività configurabili come “soggettività in rivolta”. Ci furono loro che adottarono scelte esiziali, mortifere, consapevoli della devastazione conseguente. La loro non fu una scelta di speranza o di utopia. Fu una decisione di follia criminale. Bisognerebbe oggi, almeno oggi, avere la tranquillità di decifrare, delineare, inquadrare anche dal punto di vista psichiatrico certe fenomenologie.
Vedere della sensibile simpatia nei confronti a tanta efferatezza significa semplicemente non averla vissuta. E questo vale sia per i giovani comunisti sia per la sempre giovane professoressa.