Piercamillo Davigo stato condannato a un anno e tre mesi dalla Corte d’Appello di Brescia. Rivelazione del segreto d’ufficio in merito alla vicenda dei verbali di Piero Amara su una presunta Loggia Ungheria – è il reato contestato e ora trasformato in sentenza. È stata così confermata la prima sentenza.
L’ex pm di Mani Pulite ed ex consigliere del Csm è ora in pensione. Ha dichiarato ai microfoni dei tiggì che non dichiara nulla e attraverso il suo legale si avvarrà della difesa nella sede competente.
Conosciuto nella nostra Storia come l’ala dura del pool di Mani Pulite ed anche per le sue dichiarazioni lanciate per cui anche un inquisito dichiarato innocente non è detto che lo sia effettivamente, il più delle volte si tratta semplicemente di mancanza di indizi sufficienti a costruire su di lui un capo di imputazione in grado di incastrarlo. In questa dichiarazione mancava il rovescio. Il caso di colpevolezza dichiarato dai giudici che però non tengono conto di condizioni oggettive e ambientali che possono indurre all’errore o alla sottovalutazione.
Difficilmente avremo un Davigo che ravvede la sua linea implacabile di perseguimento delle strade che conducono al reato o lo realizzano esplicitamente. Ma piuttosto un magistrato che potrebbe teorizzare che per arrivare alla verità e incastrare i colpevoli si usano, a volte, solo a volte, metodi scorretti. Misure che vanno ben oltre i regolamenti.
Ma se questo è vero per la magistratura e per il perseguimento della verità risulta tanto più vero per il perseguimento di un inteso bene pubblico di cui si occupa la politica. Solo che qui si ravvisano due condizioni essenziali. Se il bene pubblico, oggettivamente inteso, viene raggiunto. E se le misure in danno a regole, regolamenti o buone creanze, non siano a ristoro dell’obiettivo realizzato. Fanno comunque parte di un processo che è impossibile stigmatizzare in principi rigidi. Nessuna legge potrà mai dire quali sono i confini di azione libera di chiunque si occupi della cosa pubblica.
Compito non meno facile è riferibile a colui che assume l’alto ufficio del giudizio e nella condizione per poter esercitare questa grande facoltà ha il dovere di trovare la verità. E la verità, noi sappiamo, si nasconde. E per svelarla la forzatura fa parte integrante del gioco. Il problema che resta da stabilire è se sussisteva una verità da svelare o se si trattava di fanfaluche buone per coprire qualche paginata. Ma fin quando non si forza la mano per saperlo non si sa.