Difficile capire dove e quando sia nata la vulgata del prossimo cataclisma atmosferico di questo pianeta. Le citazioni alle ricerche che si riducono molto spesso ai dati accumulati nei sistemi dovrebbero essere però spiegate dal perché. Nicola Porro lo delinea nel penultimo decisivo capitolo dove spiega come l’alta finanza trae profitti da questa nuova paura condivisa. Ma si potrebbe aggiungere anche la crisi del modello occidentale che vuole diffondere il senso di una moral suasion alla moltiplicazione dell’industrializzazione dell’Oriente perché non riesce a stare al passo. Volendo dare uno spessore icastico alla necessità del male universale incombente si potrebbe dire che l’umanità avendo superato la certezza di un Dio vendicatore sugli uomini, essendosi lasciato alle spalle l’altra grande paura che ha caratterizzato il Novecento, il comunismo, ora si debba inventare un altro pericolo universale e incombente per abbassare le pretese del nuovo in arrivo. Non c’è un regime. In mancanza di una grande paura bisogna sollecitarne una nuova e muoverla così dal lessico di ogni giorno sul tempo che cambia.
Fronte costante di riferimento, analisi, confutazione e memoria è Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC.
Questi ultimi contenuti sono del redattore, il lavoro di Nicola Porro si occupa più diligentemente di raccogliere ricerche in grado di dare – dati alla mano – evidenze assai diverse dal catastrofismo ambientale.
In pochi decenni, prima della fine del Novecento, si è parlato della prossimità di una glaciazione. Immediatamente dopo si è trattato del buco di ozono. Il Duemila è del tutto caratterizzato dalla prossima catastrofe climatica. Con una variazione però. Inizialmente si è parlato di global warming, quindi di riscaldamento del pianeta come dato irreversibile. Si è passato poi all’altra espressione relativa ai cambiamenti climatici. Il tutto per dare intellegibilità al fatto che le stagioni tipiche, le temperature medie nella Storia sono sempre cambiate e per motivi non sempre spiegabili ma non derivabili dall’industrializzazione né tantomeno dal carbone.
In queste letture che corrono verso la spiegazione relativa alla antropizzazione si distinguono però due tipologie. L’errore dovuto a sistemi sbagliati di computazione, elaborazione, messa a sistema di dati. Ma anche l’errore voluto dall’esigenza di creare il mostro: il cambiamento climatico. Emblematico fu nel 2010 il famoso caso del Climate Gate quando si chiedeva agli studiosi di manomettere i dati per rendere la situazione più allarmante (pag. 171). Nel novero degli errori di sistema invece va considerato l’effetto di elementarizzazione della fenomenologia termica sulla Terra che avviene attraverso alcune grandi, necessarie, approssimazioni, che però rischiano di falsare tutto il quadro predittivo (pag. 62-65).
C’è la componente vulcanica come causa dell’aumento dell’anidride carbonica che risponde a un dato certo ma ancora rimosso dal novero generale delle individuazioni del vertiginoso aumento. E serve a poco o a niente il lavoro da parte dell’Unione Europea di abbattimento delle emissioni. L’Europa nel 1990 emetteva 3,87 Gt di anidride carbonica. Nel 2022 si erano abbassate del 28,7% arrivando a 2,76 Gt. Ebbene, nel mondo, nello stesso intervallo di tempo, si è passati da 22,75 a 37,15 Gt (pag. 227).
Esemplificazioni di previsioni sbagliate ce n’è a iosa e date da ricercatori veri e propri. Si dimostra anche che la Scienza non procede a senso unico e manca di quell’unanimità su questo argomento, come spesso si vuole ripetere. Ci sono invece casi di studi incrociati che trovano fatica nella pubblicazione e poi l’ostracismo del ritiro, dopo. Firmata da ricercatori illustri conserva il limite di non sostenere la tesi corrente. E su una “santa inquisizione” dei tempi nostri bisognerebbe fare luce. Ma potrebbe essere argomento di un’altra discussione.
Nicola Porro (a cura di), La grande bugia Verde, ed. Liberlibri, Macerata, pagg. 233