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Governare è un’arte

Dato per accordato il titolo di arte all’attività di governo la sua espletazione ha sempre fatto parte della sfera dell’indicibile. Pochi hanno tentato di varcare questo solco. Impossibile non ricordare Niccolò Machiavelli e anche nel suo caso ci si è chiesto spesso il motivo per cui svelare segreti indicibili nell’azione di governo. La risposta, secondo molti, la si intravvede nella volontà da parte del Segretario Fiorentino di svelare regole non scritte della politica affinché diventino nozione comune, quindi facilmente svelabili.

Ma il caso di Tony Blair è diverso. L’ex primo ministro laburista della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord (1997-2007) è stato un diretto protagonista, non un osservatore esterno che racconta, analizza e sintetizza vicende varie per trarne conseguenze valide per il futuro.

Colui che ha inventano il sincretismo tra socialismo e liberalismo si trova nel generoso compito di dare illuminazione ai giovani governanti di oggi. Così come si è divisato col suo Tony Blair Institute nel quale va in giro per il mondo a dare lezioni di attitudine al comando. Se questo è il suo lavoro attuale non si capisce bene perché esplicitarlo quasi interamente in un testo alla portata di tutti. E non si capisce bene anche il versante del lettore dato che per leadership Tony Blair non intende semplicemente la condizione di dare direzione politica a un’attività, un’azienda, un’associazione di persone. Il suo testo è incentrato sulla politica ed è scritto esplicitamente per ministri o capi di governo. Mandare il testo in posta elettronica sarebbe stato meno oneroso che produrre un libro di cui tutti possono avere lettura, ma non altrettanto interesse.

Anche perché per leadership l’inglese ex primo ministro intende proprio la pratica del governo della cosa pubblica. Non il comando in generale né tantomeno il carisma di cui non si può discettare né si può guadagnare con la pratica effettiva. Quello si ha o non si ha. Non si può insegnare.

Tutto da dimostrare che si possa insegnare la capacità di governare. E nel tentativo Tony Blair ci sta dicendo che nel mondo ci sono molti più capi di governo improvvisati di quanto noi possiamo immaginare. Persone che, una volta arrivati al comando, non sanno effettivamente che pesci prendere diventando facilmente vittime dei funzionari di Stato o delle persone da loro stessi nominati. La leadership è un’altra cosa! Garantito Tony Blair.

Rimane deluso chi si aspetta un consiglio per i laburisti nostrani. Nessun esempio concreto di specificità attuali, solo spiegazioni di contingenze possibili e possibilità per dipanarle. Non è mai citato Romano Prodi però la cortesia di un’indicazione nominale è riservata a Silvio Berlusconi la cui editoria ha pubblicato questo testo in Italia.

Ma a differenza del suo editore guarda allo stato di diritto come un alleato necessario: “se si ritiene che il quadro giuridico in cui si opera sia di serio ostacolo per il buongoverno lo si modifichi, non bisogna attaccare i tribunali solo perché interpretano la legge in termini che il leader trova sconveniente” (pag. 153).

Il blairismo attuale si declina con quattro parole d’ordine: avere il senso delle priorità, linea politica ben chiara, attorniarsi di personale adeguato, occhio sempre attento alla performance del proprio management (pag. 36). Proprio in merito a questo ultimo versante del problema di governare, Blair vede nel personale assunto in spoil system (pag. 59) un grande potenziale se si arruolano persone veramente competenti. Ma la leadership deve sempre tenere in pugno la situazione. La sfida di ogni democrazia sta nell’efficienza (pag.69). L’ex premier non è minimamente intimorito dall’evolversi della tecnologia. Anzi! “È un momento fantastico per governare” (pag. 176). La tempesta tecnologica porterà a ridurre i margini di decisione sulle cose da fare. IN questo stato di cose il leader dovrà semplicemente prendere atto (cap. XXI).

Ma all’estrema sostanza c’è la tradizionale separazione tra tattica e strategia. Il fallimento di diversi leader dipende dalla confusione dei due ambiti. “se come leader non diventerete artefici del cambiamento sarete voi ad essere cambiati” (pag.89). Ed è su questioni esclusivamente tattiche che relega la comunicazione interna, così come predica l’indifferenza assoluta fino alla noncuranza della letteratura giornalistica su di sé.

Su tutto e tutti il convincimento che non si deve rimanere schiavi dell’ideologia. L’esempio è su Deng Tsiao Ping ma solo per il buon gusto di citare sé stesso. Il pragmatismo è la sola linea guida (pag. 165). “Se si vuole avere successo bisogna essere radicali sia di cuore che di testa in una combinazione sana (ibidem).

La visione del mondo guarda fortemente alle contraddizioni dell’Occidente che davanti a sé ha nell’ordine di importanza: Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Sempre la Cina è anche una grande mitigatrice di questo blocco tanto da aver fermato la soluzione nucleare della Russia in Ucraina (pag. 243). Pare che il “neoliberale Blair” veda nell’affermazione del commercio e dell’economia l’unico vero antidoto alla logica dei blocchi e della guerra.

E poi ha un respiro più ampio quando dice: “la popolazione cinese è destinata a diminuire fino a ottocento milioni” (pag. 238). “L’India raggiungerà un miliardo e mezzo” (pag. 239). La deduzione tesa a vaticinare una prospettiva allettante vede nelle relazioni con l’India come decisive.

Ma a mandare in rovina tutta questa architettura possono essere due fattori: la disattenzione verso un problema che cresce diventando enorme (cap. XXXIV: non si è mai così esperti ed intelligenti come si pensa di essere). E poi gli scandali! Gli scandali sono un effetto inevitabile del governo perché troppe le azioni e i sottoboschi che si creano. Anche se ci si pensa immacolati nel corso di un’amministrazione gli scandali accadono. Ma attenzione allo scandalo anche come strumento per fare l’opposizione: “non fare il passo più lungo della gamba”. … il boomerang ha con sé un rinculo al suo ritorno (pag. 281).

Ed è l’unico messaggio che potrebbe avere un sotto testo. Chi vuole capire capisca.

( Tony Blair, On Leadership, ed. Silvio Berlusconi editore, 2024, Milano, pagg. 366 )

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1 COMMENT

  1. Il rebus di fondo: per il buon governo si può mentire?
    Che Saddam Hussein sia stato usato al fine di “governare bene” dal solo punto di vista atlantico e blairiano non giustifica saper usare l’arte dell’indicibile.
    Solo chi ha il potere di poter dire ciò dice, come in questo caso, rende il politico competente e capace di governare, ma a che costo?
    La politica previene l’evoluzione delle cose, crea le condizioni per poter intervenire, è potere prima ancora che le cose riescano a manifestarsi o a comprendersi.
    E’una perenne menzogna, con o senza lo scopo di far bene, e resta un paradosso!

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