“Io ho sbagliato a venti anni e non vorrei rifarlo”. L’apertura del capitolo XI dà profonda spiegazione alla raccolta di riflessioni e costatazioni derivate dall’evidenza e forse anche uno spessore umano maggiore. Altrimenti la trattazione si ridurrebbe alla consacrazione della visione eliodromica di sapore hegeliano senza argomentazioni prese a prestito dal filosofo di Stoccarda. Solo la fredda indicazioni di dati chiari e distinti. Ripescaggi dalla memoria di ciascuno di noi, revisioni critiche della critica di un tempo, tali da dare oggi alla percezione del nostro mondo una dimensione totalmente diversa dai facili giudizi della cultura woke.
Ed è anche solo il fondamentale capitolo XI a dare costrutto, intelaiatura e ragione d’essere alla lunga riflessione che si sintetizza con la consapevolezza di come il mondo in cui viviamo debba essere grato al software improntato da secoli di Storia e di elaborazioni nate in Occidente.
Ma se la cultura del mercato e dell’evoluzione tecnologica ha vinto nella sostanza entrando in ogni mondo, anche quello remoto (prima l’Oriente in Giappone e poi potentemente nella Cina di oggi), tanto riconoscimento non avviene nel sentimento generale dei paesi della post-post-industria. Pullulano invece movimenti di protesta e critiche radicali ai nostri modelli, in tutte le università americane e ogni male della Terra sembra scaturigine dell’espansionismo capitalista che si associa al modello occidentale. Così non è. E gli esempi ce ne sono a iosa.
La stessa Africa in grande espansione commerciale e industriale (come scrive sempre Rampini in un altro testo) consiste in una possibilità mancata dall’Europa. La Cina sta facendo quello che avremmo dovuto fare noi e lo fa con molti meno scrupoli di quelli ascoltati spesso nei nostri dibattiti.
L’Europa, nello specifico, appare come un gigante malato dove con le sanzioni si vuole dare l’illusione di poter vincere una guerra senza combatterla (pag. 225). Ma del resto il segno di crisi fa parte del modello occidentale. La Cina sta vivendo i primi segni nella sua società e sono tutti mutuati dal modello occidentale. Il modello occidentale è in crisi dall’ipercriticismo con cui è messo in discussione in casa propria. (È l’argomento di cui si dedica il capitolo XII). La Cina, invece, ha ripreso totalmente, credendoci, l’ideologia dell’Occidente oggi decaduta perché messa in crisi proprio dalla dialettica del sistema.
In questa fenomenologia della malattia dell’Occidente si rilevano così tanti malesseri. Primo tra questi l’inversione di ruoli generazionali per cui l’anziano sostiene il giovane nelle sue idee discutibili, a differenza di quanto accaduto in passato (pag. 168).
Uno dei problemi centrali consiste nella scarsa consapevolezza di sé. Dalla conoscenza della grande portata innovativa della rivoluzione industriale e sessuale poco studiata nelle scuole. Nel secondo capitolo si indica come riferimento ottimale Furore di Steinbeck.
Nonostante il lamento costante sulla crisi ambientale i paesi industrializzati sono gli unici veramente impegnati per l’adeguamento energetico e la selezione dei rifiuti. Ben diversamente da Africa e Asia. Le responsabilità sono da attribuirsi alla cultura massimalista imperante, però orfana del marxismo, quindi facile approdo di aggressioni verbali su responsabilità presunte.
IL lamento delle giovani generazioni dell’Occidente somiglia al pianto che faceva Pasolini sull’estinzione delle lucciole nunzio, secondo il poeta friulano, della dominazione tecnologica: un catastrofismo sconfessato dalla Storia (pagg. 115-117).
Deboli però i richiami ai riferimenti filologici dove ci si riferisce all’imponente opera di Spengler, Il Tramonto dell’Occidente, e la descrizione della fine dell’impero romano nella grande opera di Gibbon (Decadenza e caduta dell’Impero romano). Come se in finale su quella sorta di orgoglio di appartenenza prendesse il posto la malinconia e la costatazione del tramonto.
Sarebbe giunta a sostegno, almeno morale, la rilettura della Fenomenologia dello Spirito di Hegel dove nel corso delle cose nella Storia l’Anima Bella di affronta con lo “spirito certo di sé” trovando la mediazione nello spirito del mondo. E come se fosse il destino del mondo la sua prospettiva evolutiva sta sempre ad Ovest (lo spirito eliodromico prima menzionato). Ma anche questa visione fenomenologica è arrivata totalmente al tramonto.
Federico Rampini, Grazie, Occidente! – ed. Mondadori, pagg. 334, 2024 Milano