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L’occasione mancata di 1984

In età di equilibri imposti tra generi anche il termine Grande Fratello potrebbe suonare come una sopraffazione. E perché non Grande Sorella? Come termine onnicomprensivo in grado di dare l’idea di questa presenza immanente alla vita di tutti dovremmo allora trovare un’altra definizione parentale e onnicomprensiva.

Potrebbe essere questo il modo di attualizzare 1984 di George Orwell. Un modo senz’altro ironico e scanzonato, ma quantomeno maggiormente attuale dei teleschermi o dei termini guida in uso nei nostri telefonini o nei Social oggi largamente frequentati.

In ogni caso si deve ammettere che la messa a teatro di un’opera ultra-citata e ampiamente attinta come 1984 doveva porre qualche problema di originalità. E allora sarebbe forse stato meglio non inseguire la moda di adottare impianti tesi a dare una proiezione avveniristica nella dimensione scenica.

A teatro debbono essere sufficienti le persone in carne e ossa ed il loro dialoghi. Tutt’al più l’amplificazione tesa a rendere al meglio il loro verbo. Ma evitare strabordanti rese sceniche di cui le strumentazioni elettroniche ci hanno abbondantemente abituato. E poi il testo in questione è fin troppo carico di suggestioni e argomenti struggenti sui quali non si riflette mai abbastanza.

Ma il limite più grande della resa scenica data dalla compagnia di attori che ha calcato il palco del teatro Quirino a Roma consiste nel sospetto dell’archiviazione di un testo come 1984. Troppe e tante le sue citazioni e i riferimenti alla vita dei nostri tempi per dare smalto all’opera oggi.

Il momento teatrale, semmai, è l’occasione giusta per mettere a fuoco alcuni tratti contenutistici. Ad esempio le asserzioni per cui “l’ignoranza è forza” “Ortodossia significa non pensare — non aver bisogno di pensare. Ortodossia è inconsapevolezza”. (George Orwell, 1984, Libro 1, Capitolo 5) ma soprattutto i richiamati concetti di “bispensiero” e “psicoreato”. IL merito profondo e dimenticato del capolavoro di Orwell consiste proprio nel grande lavoro riduzionistico del pensiero politico alla sua dimensione psichica per sottrarlo alle prove delle evidenze empiriche. Il grado di soddisfazione della società, sostanziata nella sommatoria degli individui, e dei suoi metodi di governo in definitiva consiste da uno stato della mente. Se questa può essere ricondotta ai bisogni legati esclusivamente alla funzione di Sé in relazione all’immediato il gioco è fatto. IL regime che mantiene un equilibrio e persevera in uno stato di cose, senza strappi o fughe in avanti o indietro, assicura il mantenimento dello status quo. Ma, di certo, non l’equilibrio di una persona i cui disequilibri fanno parte sostanziale della sua essenza.

In tal senso l’asserzione per cui “lo stato di salute mentale non corrisponde ad alcun dato statistico”. Quindi non esiste.

E somiglia molto a quando vogliono raffigurarci la nostra realtà attraverso numeri e dati ricavati da risposte poste a interlocutori sempre conteggiati nel novero di una percentuale sociale che dovrebbe corrispondere all’intero. Ma attenzione! Qui siamo passati alla realtà concreta. Non c’entra più la finzione della letteratura né tantomeno la sua traduzione in scena.

Questa e una miriade di altre circostanze potevano essere le occasioni da riportare a teatro in un allestimento scenico del capolavoro di Orwell, rinunciando ad effetti speciali, luci che si accendono, teleschermi che si attivano e voci amplificate.

Un’altra occasione mancata per andare al di là del testo ed entrare nella nostra vita di tutti i giorni dove l’immanenza del Grande Fratello riesce ad essere desacralizzata attraverso show televisivi e il dibattito ricorrente sui nostri telefonini per cui siamo costantemente monitorati in ogni momento.

IL modo migliore per celebrare il capolavoro di Orwell sta nel tentativo di continuare quella storia non di cercarne le banali applicazioni all’oggi.

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