Ancora si discute sui numeri ma la protesta degli operatori ospedalieri – e questi devono intendersi sia medici che infermieri – ha coinvolto l’adesione dell’85% degli addetti. Molti si sono presentati sul posto di lavoro ed hanno operato puntualmente rinunciando alla loro giornata di stipendio facendosi considerare come scioperanti. E il ministero della Salute che invece discute sui numeri non contando questa realtà vera. In mezzo ci saranno sicuramente operatori che hanno dichiarato sciopero ma non se la sono sentita di rinunciare alla giornata, tale è limitato il compenso economico di questa tipologia di personale, almeno in relazione ai sacrifici e alle responsabilità.
La manifestazione a piazza Santi Apostoli ha espresso a chiare lettere il fatto che la Sanità nel nostro paese non si può salvare “senza risorse sufficienti per salvare il Servizio sanitario nazionale ed i suoi professionisti”. Ventilate anche le “dimissioni di massa”. E non è una frase ad effetto se almeno la grande maggioranza di questi dovranno preferire il rivolgersi al servizio privato. Anche perché nel servizio pubblico sono subentrati da tempo contratti a tempo determinato attraverso cooperative come intermediario con la stessa tipologia delle private attività.
Sciopero che sicuramente aggiunge disagio al disagio perché sono saltati un milione duecentomila prestazioni. Si tratta di assistenza ed esami radiografici, interventi chirurgici programmati e centomila visite specialistiche. Sono invece state garantite gli interventi d’urgenza.
Inutile e grottesca la rivendicazione da entrambe le parti. L’opposizione che accusa di aver fattivamente tagliato sull’investimento in Sanità perché nelle risorse aggiuntive comunque previste manca l’adeguamento all’inflazione. Il governo che coi numeri vuole dimostrare di aver inserito sensibilmente un incremento di investimenti.
La crisi sanitaria denuncia l’apicale irriformabilità del nostro sistema che non trova al suo interno le capacità di modificare sé stesso. Ed in ciò una grave crisi della democrazia. Tutti sanno che la dinamica del decentramento regionale non ha funzionato, da quando è stata messa in opera le differenze tra capacità di trattamento da nord a sud si sono amplificate.
Con l’innesco sempre maggiormente prominente della tecnologia di chirurgia, come in diagnostica, ma ò.fa. Dovremo prepararci all’intervento preminente dell’alta tecnologia. La capacità di fare diagnosi e interventi effettivi anche a distanza. La modalità e anche la necessità di cura in sedi fortemente decentrate deve cancellare il culto dell’ospedale come momento assolutamente sostanziale nella cura della salute in una società. Tutti concetti chiari a chi sta dentro il mondo sanitario ma che non riescono a far breccia nel dibattito e nella capacità di dare una svolta all’organizzazione per la cura della salute.
Il meccanismo decentrato non ha funzionato. Deve essere nuovamente riconosciuto un momento di grande coordinamento centrale in grado di garantire livelli di attenzione nei diversi territori. Ben diverso da oggi dove in ciascuna regione si fa quel che si può. E non è mai abbastanza. Almeno in relazione a quel che si potrebbe, almeno per quanto la tecnologia riesce ad offrire oggi.