L’ottava ristampa del romanzo di Alberto Moravia che fece da sceneggiatura per il film di Lizzani probabilmente potrebbe essere tornato di attualità. Se ne giustifica così la riedizione accompagnata da un panorama desolante al quale ci hanno abituato l’attualità della mancanza di pulsioni esistenzialmente essenziali – problema individuato i rapporti Censis 2019 e 2022
L’autore si premura a dare avanti a ogni descrizione di luoghi o di situazioni la definizione di noia che non si avvicina a quella del senso comune. Qui la noia è distrazione, dimenticanza. Meglio ancora insufficienza, inadeguatezza, sensazione di scarsezza della realtà. Consiste in una malattia degli oggetti. La noia per il protagonista è passare il tempo con la madre e farlo solo per procacciarsi danaro per condurre la propria inutile vita. Inutile perché il protagonista è un pittore ma vuole liberarsi della sua stessa arte che oramai trova vuota, inutile a dare un senso a sé e alla realtà che vive. La scena si ambienta a Roma, in via Margutta. E non potrebbe che essere questo il luogo ideale. Una città del nord avrebbe spinto verso un’idea positiva di progresso o di produttività. Nel Sud d’Italia avrebbe prevalso l’autocommiserazione del senso di arretratezza della vita sociale che avrebbe prevalso sul sentimento di sé. Roma è la città ideale.
Proprio questo senso di vuota e manifesta inutilità consiste nella riflessione esistenziale del protagonista. Non vive le contraddizioni del protagonista de il Muro di Sartre. Il protagonista di Moravia vive il senso del nulla come una grande momento di verità, quindi di ricchezza. L’unica dimensione in cui potrebbe non determinarsi come artista finito o mai esistito. Quando gli si chiede su una tela ancora da iniziare risponde fiero che quello è il suo stato ideale, mai e poi mai vorrebbe tentare di tracciare quale linea, immagine o colore.
Lo stesso vale per la sua esistenza concreta.
Ma chiaramente la fase di dannata sospensione dalle cose terrene non può durare in eterno. A funestare il distacco dalle cose reali non può che intervenire una donna e la scoperta di un sentimento di repulsione verso la vita che lei può condurre indipendentemente da lui.
Si tratta di una dimensione che lo riporta nella sua pulsionalità, proprio quella da cui riteneva di essere sollevato dalla sua condizione esistentiva – non solo esistenziale.
La narrazione tutta in soggettivo oggettivo aiuta a rendere l’avvicendamento del racconto come quella di una voce che parla di quanto accaduto. Non c’è un terzo narrativo. Impossibile anche l’inquadramento storico perché l’ambientazione realistica dei primi anni Sessanta offrirebbe invece l’idea di un paese in crescita tutto fatti e cose concrete. E di concretezza si vive. Solo che troppo diretta per essere la sola verità dei protagonisti.
Alberto Moravia, La Noia, ed. Bompiani, 1960, Milano, pagg. 325