IL concetto di progresso e progressismo è tornato di moda con la vicenda relativa alla messa in soffitta del simbolo dei Cinque Stelle per la delineazione nominale del soggetto politico a questo movimento legato. L’espressione utilizzata da Giuseppe Conte è quella di una forza “progressista indipendente”. L’espressione “indipendente” si spiega facilmente col messaggio ai democratici, atto a dire: guardate che noi non è detto che siamo sempre con voi. Del resto Giuseppe Conte nelle sue performance da attore della scena politica aveva già mostrato di saper gestire un alleato politico come Salvini per poi passare a Zingaretti. Nulla di nuovo, quindi. Ma come nel riferimento ad Alessandro Manzoni del titolo, non è detto che progressismo significhi sempre progredire.
Il termine progressismo invece indica la reintroduzione di un’espressione desueta in Italia o che almeno nel non lontanissimo 1994 non aveva portato fortuna. “Progressisti” infatti si chiamava la coalizione tra la forza di sinistra erede del Pci, il Pds, e il Partito Popolare, erede della Dc. Con loro altri amici arrivati in soccorso contro il nemico comune Silvio Berlusconi a cui non piaceva la dizione della formazione a lui avversa. Rivendicava il fatto di essere lui il vero segno di progresso nel paese. Le elezioni del 24 marzo del 1994 gli dettero ragione. Da allora il termine progressismo fu cancellato per vederlo riaffiorare ora.
Ma prima della sconfitta l’espressione fu avversata perché non riusciva a dare il senso della frattura tra il mondo del grande capitale che a ragione poteva concorrere nel rivendicare questa significazione, e il mondo della base dei lavoratori, delle lotte operaie, della contesa per un’alternativa nel paese. A farsi sostenitrice di questa osservazione fu Rossana Rossanda. Il leader del Pds Massimo D’Alema ammise l’elemento di diffidenza ma difese la dizione di progressismo perché nello scontro in atto, evidenziato dal sistema maggioritario corretto introdotto in Italia, doveva segnare chiaro il senso di uno schieramento antagonista alle forze di conservazione presenti nell’altro campo tendenti a mantenere lo status quo per cui avevano finalizzato anche la peggiore reazione post fascista del partito che ancora si chiamava Msi.
Di nuovo, la sorte dette ragione ai non progressisti. E da allora il termine fu bandito. Nel riprovarci Giuseppe Conte si fa carico della pretesa di avanzamento culturale presente in questa nuova lista che non potrà determinarsi come fine degli antagonismi ideologici pre-costituiti, forse non potrà dire neanche “uno vale uno” se uno guarda al futuro e l’altro alla conservazione l’unico valore da preservare è quello di prospettiva.
E non conta se progressista è un termine general-generico che potrebbe sostituire l’espressione “sinistra”. Nella Storia tra i progressisti c’erano sia Robespierre che Napoleone, comunisti e socialisti italiani della prima repubblica ma anche i liberali, Trotskii e Stalin …
Progressismo sta ad indicare uno spartiacque in una condizione storica determinata dove ci sono forze che lavorano per lo status quo e altre che operano per incentivare i motivi di cambiamento tesi verso le prospettive effettivamente offerte dal livello evolutivo. E questi sono effettivamente i progressisti.
L’espressione, non a caso, è nata nel mondo anglosassone per definire il senso delle battaglie tese ad estendere il diritto di voto. Una lotta durata da quei progressisti per decenni e conclusa con la Reform Bill nel 1832.
In diversi usi specifici di lì in poi l’espressione progressista servì a distinguere i fautori delle conquiste sociali e dell’avanzamento di un paese pur non partendo da connotazioni marxiste.
E credo sia proprio questo che voglia intendere Giuseppe Conte.