Il combinato-disposto del pensiero esternato in un’intervista al Financial Times evidenzia quella che potrebbe tradursi in una tendenza pericolosa che potrebbe affiorare per convenienza più che persuasione verso gli argomenti della presidente della Bce.
La riflessione parte dai dazi minacciati da Trump e sulle contromisure che nel contesto europeo si possono intraprendere. E se è concesso uno scadimento volgare del dibattito la riflessione lagardiana somiglia tanto alla famosa frase da dire in dialetto siciliano per cui c’era un tale che per far dispetto alla moglie si tagliava là dove dondolano.
Financial Times ci titola proprio. “Compra americano per evitare una guerra commerciale”. Lagarde allude al fatto che sarebbe meglio una posizione di apertura da parte dell’Unione europea e discutere su eventuali tariffe commerciali, diversamente da cercare il conflitto commerciale attraverso contromisure eccessive. Non la reazione bensì la negoziazione, in una formula.
Gli effetti di una guerra commerciale sarebbero nefasti – ha giustamente osservato Lagarde. “Potremmo offrire di acquistare determinate cose dagli Stati Uniti e segnalare che siamo pronti a sederci al tavolo e vedere come possiamo lavorare insieme”. Una Lagarde più democristiana e italiota di quanto ci saremmo mai aspettati.
Quel che non riusciamo ad anticipare come previsione consiste nella reazione di un soggetto che non conosce tanti parlamentarismi ed è abituato ad avere attorno esecutori dei suoi comandi. Negoziatori, non pervenuti.
D’altra parte il dialogo tra paesi civili e facenti parte dell’Occidente con la sua tradizione mercatile sono una parte essente di una fisionomia ideologica che non può essere cancellata. Insiste Lagarde: “Penso che questo sia uno scenario migliore di una pura strategia di ritorsione, che può portare a un processo di vendetta in cui nessuno è veramente il vincitore”.
Ma è anche vero che quanto detto da Trump sui dazi non appare come una boutade da campagna elettorale. L’ha ribadito negli ultimi giorni. Sarà difficile riportare il neo presidente a più miti consigli.
D’altra parte è anche impossibile prevedere cosa farà effettivamente Trump. Capire se la questione dei dazi sia negoziabile in cambio di altra merce da sacrificare. E soprattutto capire di quale merce si tratta.
La scommessa di vedere quale sarà il margine di coerenza o di trattativa possibile invece farà parte di uno spartiacque del sistema liberale di cui è espressione vivente l’Occidente. A bocce ferme, Trump somiglia al rappresentante di un sistema liberistico per cui chi è più sagace, intraprendente, forte e determinato sopravvive sul mercato. L’Europa rappresenta la presunta evoluzione di questa visione per cui esiste una dimensione superiore dove i grandi processi possano essere governati affinché ad essere messo in discussione non sia il sistema nella sua essenzialità. La conseguenza sarebbe l’incrinatura di un mondo e l’avanzamento di uno scenario apocalittico che guarda ai regimi dell’Est o all’oscurantismo di remote provenienze islamiche.
Bisognerà capire cosa prevarrà. Il liberalismo dai più miti consigli o il primo liberismo, quello della frontiera.