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Fabrizio Emigli in concerto

Il cantautorato ha molti volti. Sia contenutistici, autoriali, strettamente musicali così come in direzione poetizzante. Parrebbe esautorato dall’enfasi dei rapper e dei ritmi tirati di nuova generazione ma gli angoli di resistenza ce ne sono. E Dio ce li conservi.

Tra questi a Roma, nello specifico a Testaccio, nell’Antica Stamperia in via Rubattino, Fabrizio Emigli, oltre a continuare nel suo filone emozionale descrittivo in perfetto italiano, gestisce da anni uno spazio dove offrire la scena a nuove proposte di questo filone espressivo.

Venerdì 17 gennaio lo spazio lo ha dedicato alla riproposizione delle sue canzoni che hanno accompagnato la vita di molti ragazzi in questo quadrante di centro storico e ne ha proposto di nuove dal suo recentissimo disco: “Stavolta faccio sul serio”.

Il suono della campana segna l’inizio di quella che resta a metà tra l’inizio di una celebrazione, quella dell’artisticità espressa in forma di canzone, e quella di una sorta di action painting in cui al posto della pittura stavolta c’è il fatto musicale, l’esecuzione nell’attimo. È quel qualcosa che deve scendere espressamente nel vissuto di chi ascolta e lo fa proprio.

Fabrizio Emigli nei suoi testi dà nitore a condizioni di emozionalità immerse in dimensioni fattuali vere e proprie. In tal senso riesce a delineare un parallelo con le nostre comuni esperienze, per quello che imprimono nella nostra vita e per le circostanze fattuali in cui sono percepite.

Allo spettatore è chiesta la concentrazione esclusiva verso il fenomeno musicale a cui assiste, senza irruzioni di altro. Stavolta non c’è pubblicità, non ci sono sponsor, non ci sono Social a propiziare, descrivere o riprodurre la magia dell’evento stesso. Appartiene ad un vissuto, come tale non rappresentabile attraverso altre funzioni attinenti alla tecnologia.

Si tratta, quindi, certamente di un angolo di resistenza all’ordinario rappresentato e piatto davanti ai nostri occhi. Quanto si dà in questo tipo di concerti è invece l’intensità dell’esperienza e, in fondo, il suo affondo in qualcosa che resta ma non come semplice immagine bensì come impressione dell’esistenza.

Fabrizio Emigli ha sempre fatto sul serio in questa ricerca incessante. Avrebbe anche potuto dire “io non mollo” ma sarebbe stato sospetto in questi tempi. Meglio non sottostare al pericolo di fraintendimenti. Come quando si parla espressamente di come si è vissuta una condizione dell’esistenza reale.

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