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Deportazione, già l’idea crea problemi

C’è chi prende sul serio quello che dice Donald Trump in merito alla trasformazione di Gaza in un grande centro turistico con la migrazione forzosa della sua cittadinanza in altri paesi come l’Egitto e il Libano. La parola chiave che ritorna sempre è “deportazione”. A chiedere un summit arabo sono quelli del partito di Hamas.

Lo ha chiesto il portavoce Hazem Qassem. Il ’’summit arabo urgente’’ vuole dare una sveglia ai paesi vicino e indurre ’’i vari partiti palestinesi a unirsi per affrontare il progetto di Trump’’. Si chiede di predisporre delle maniere forti. Trump deve capire la determinazione di questi popoli arabi non disposti a farsi determinare.

“Gaza appartiene al suo popolo, che non se ne andrà!” Quindi la necessità del grande incontro al vertice è definire un’azione comune per contrastare sul nascere il progetto di deportazione di massa dei palestinesi da Gaza.

Ma se effettivamente si realizzerà il grande incontro, sarà difficile mettere pace alle angolosità delle varie origini del mondo arabo in riunione plenaria. L’operazione di massa che vuole replicare quella degli indiani d’America di due secoli fa fu favorita dalla profonda divisione di quei popoli. Ora quelli del mondo arabo dovrebbero trovare l’unione sul valore della resistenza a chi vuole determinarli in diverse direzioni.

Potrebbe essere allora una proposta che riesce ad unire il mondo arabo. La reazione all’idea della deportazione consente di fare quanto finora non è stato fatto. Anche perché questa idea sottende il proposito di occupare la Striscia di Gaza da parte dell’esercito americano e poi anche di capitali interessati al grande affare.

Le ragioni di cominciare un’altra lotta ci sono tutte: “la volontà dichiarata da parte di Washington di occupare la Striscia!”: E ancora: “non abbiamo bisogno di alcuno stato per gestire la Striscia di Gaza e non accetteremo di sostituire un’occupazione con un’altra”.

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