Dire “quel matto di Macron” è cosa diversa dal dire “Macron è un matto”. Nel primo caso si utilizza un appellativo per poi legarlo nello specifico alla persona. La persona è cosa certa. L’appellativo essendo momento centrale della proposizione può essere inteso con accezioni totalmente diverse. Nella specificazione dell’espressione “matto” questa può essere intesa in senso ironico, macchiettistico, scherzoso, amicale.
Se si fosse detto invece ‘ Macron è un matto ‘ si associa in modo identitario la persona a una valutazione che invece non lascia spazio a interpretazioni significazionali perché il termine si pone come parte nominale del predicato e si acquisisce nel senso diretto, chiaro e semplici, senza possibilità di sfumature.
Detto questo è però sicuramente da matti esprimersi nei termini del presidente di un altro stato, tra l’altro alleato, appellandolo in qualsiasi modo. Anche nel caso che fu di Mario Draghi che definì Erdogan come “dittatore” comporta reazioni di tipo piccato. (Nel caso di specie fu semplicemente fatto notare che mentre Erdogan era stato votato dal popolo Mario Draghi non lo era).
Ed è per questa ragione che nel linguaggio della politica diretto a un piano internazionale non si adottano mai stilemi linguistici che possano essere giudicati in modo specifico solo in casa. Sentendosi dare del “matto” Macron potrebbe rispondere in modo picchiato e ricordare gli atti da picchiatello mostrati da chi lo ha apostrofato in questo modo, ricordando quindi come il piano della pazzia probabilmente sia molto vicino e sentito da chi lo ha enunciato per primo.