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venerdì, Aprile 4, 2025

C’è da ricostruire un mondo

Aggiornamento su questo passaggio epocale

Parola di Rifkin

'’La politica dei dazi fallirà con la rivoluzione della stampa’’

Dazi colpiscono non affondano

Succede quel che doveva succedere e niente, pare, possa controvertirlo

Il potere e i suoi araldi

Il potere è un’astrazione. Un demone necessario e consolatorio al quale ci aggrappiamo per convincerci che un ordine superiore determinante esiste e opera per noi. Anche se sopra le nostre teste. Inevitabilmente sopra. E ciò consiste anche in un elemento di garanzia per la sfiducia che le persone hanno di sé stesse e tanto più nella ancor minore fiducia di vedersi determinati da persona chiara e distinta. E allora accanto alla figura apicale del cosiddetto “potere” – cioè di colui (il potere) che agisce e non è mai agìto – quello di cui abbiamo l’illusione necessaria di esser elettori, esiste un altro potere vero e proprio. Chi è incastonato nelle stanze che contano. Da una parte, è chiaro, c’è la classe sociale dirigente. Sono i ricchi, i potenti, coloro i quali hanno assunto una sorta di diritto naturale ad esercitarlo perché aventi gli strumenti decisionali sintetizzati dal denaro. Ma c’è un’altra cornice nel quale il potere propriamente detto non può far a meno di inquadrarsi. Sono coloro che si presentano come servitori, come meri esecutori, assurgono al ruolo di consiglieri, in alcuni casi si pongono come facitori del “lavoro sporco”, sono quelli che sistemano, dispiegano, allineano le curve o allungano indesiderate linee rette, vedono, risolvono, accelerano, frenano, sbrogliano e altre volte annodano. Sono persone nascoste o più esattamente poco note. Sono ben conosciute però a chi le deve conoscere. L’espressione adottata per loro è quella di “capo di gabinetto”. Ed è ironicamente pertinente perché non assume alcun tratto altisonante. Se però un bastione decisionale funziona o no dipende in buona parte da loro. Nessun giornalista intervisterebbe mai un capo di gabinetto. Né uno storico gli affiderebbe la cura di descrivere una dinamica di cui è stato direttamente artefice. Quello che avrebbe da raccontare sarebbe nella categoria dell’indicibile. Ma non perché non deve essere detto. Né perché non può esser detto: le ipotesi sulle trame nelle segrete stanze hanno fantasia molto più sperticata di quella di queste figure destinate al pragmatismo. Sono le loro versioni quelle vere e, come tali, suscettibili di annullare tutte le altre. Ma, si diceva, indicibili. Indicibili perché non riescono ad esser dette. E anche se lo fossero non troverebbero comprensione senza una chiara consapevolezza dell’architrave del potere. Struttura decisionale ignota ai suoi stessi protagonisti. Come potrebbe riuscire allora ad essere raccontata? IL tentativo è lanciato in un testo pubblicato in forma di libro ma destinato a non esser letto. Il suo intento, in definitiva, è quello di divertire. E se “ridendo castigat mores” (corregge i costumi ridendo) lo stesso non avviene per le dinamiche effettivamente espresse e per le energie messe in opera per attivarle. Si resta allora nella convinzione che esistano le cattive volontà, esistano i grandi disegni orchestrati da qualche massoneria, o potentato economico o nuova forza del male preferita. Ma come nelle azioni benevole o malevole di ciascuno di noi, la molla scaturente parte da meccanismi conoscibili ma troppo evidenti e chiari per essere definitivamente conosciuti e creduti. E’ questo il destino del capo di gabinetto.

Raccolte da Giuseppe Salvaggiulo, Io sono il potere – Confessioni di un capo di gabinetto – ed. Feltrinelli, marzo 2020, pagg. 270 euro 12

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