La neo-regista presenterà il suo film al “Festival di Cinema e Donne”. È la manifestazione dedicata alle donne nel cinema che più è durata e ha resistito negli anni. Arrivata a quarantaquattro apre il 24 novembre e chiude due giorni dopo. Si celebra a Firenze. Si pone come fortemente innovativa e libera. Celebra le donne, la parità di genere come pratica praticata e non come semplice petizione di principio. Entra pienamente nei “50 giorni di Cinema a Firenze”. Ci sono nuovi talenti internazionali, dalle under 35 alle millenials. Alcune di loro alle prime armi con la regia cinematografica.
Nei dieci film presentati il racconto di donne e del loro sguardo sul mondo. Non poteva mancare allora Kasia Smutniak che porta il suo primo film da regista Mur. Il suo film è sull’assurdità delle barriere. Del documentario da lei presentato dice: “Avevo il disperato bisogno di gettare luce sulla situazione dei migranti respinti ai confini dell’Europa, al confine tra Polonia e Bielorussia”. (…). E spiega: “Non sono una reporter, non sono un medico né un politico: all’inizio mi sono sentita impotente di fronte a quel che stava accadendo. Poi ho pensato che potevo mettere a disposizione quello che so fare: il lavoro con le emozioni. E il racconto è una cosa che potevo maneggiare”.
Il muro come entità fisica vera e propria. Ma anche come simbologia di un recinto impossibile da erigere. Un muro alto sei metri ancora in fase di costruzione durante le riprese del film. Deve segnare i confini della Polonia con la Bielorussia. “Sono polacca. Sono nata dieci anni prima della caduta del muro di Berlino – racconta sempre Smutniak di sé – quel muro ha determinato tutta la mia vita. Quando ho visto che se ne stava costruendo un altro per fermare i migranti ho pensato subito all’assurdità di quel gesto: pensare che possa fermare qualcuno ha dell’incredibile. E infatti non ha fermato nessuno, ma se ne stanno costruendo altri in Europa, del resto tutto il mondo va nella direzione della chiusura. Dividere, lo sappiamo, porta solo conseguenze drammatiche”.
E il muro di Smutniak descrive un percorso inverso a quello dei Pink Floyd. Quello era un muro che rappresentava la cesura dell’educazione anglosassone tra la creatività e il dovere. Ma diventava un muro vero e proprio simbolizzato con quello caduto a Berlino nel 1989. Smutniak fa il percorso inverso. Parte dal muro fisico per arrivare ad una demarcazione morale che vive, ugualmente, come inaccettabile. “Un modo per esplorare altri muri della mia esistenza: quello di fronte alla cucina di mia nonna era del cimitero ebraico del ghetto di Litzmannstadt, a Łódź. Una studiosa della Shoah mi ha spiegato come queste divisioni portano traumi nelle generazioni successive. E anche i luoghi conservano una memoria, come nel caso della mia storia mia: non vengo da una famiglia ebrea, ma i miei nonni materni erano finiti per caso a vivere in un edificio costruito sulle macerie di un ghetto”.