Quello che è annoverato dalla legge 30 marzo 2004 n. 92 per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale” consiste in una delle più grandi rimozioni della nostra Storia.
Ci è voluta una legge della repubblica per consegnare alla celebrazione una vicenda drammatica il cui tentativo fu di sotterrarla come quegli italiani nascosti dentro le insenature carsiche chiamate Foibe.
Un esempio di negazionismo storico di cancellazione e dissipazioni delle coscienze, almeno tentato, finalizzato a ricostruire un piano delle cose accadute meno traumatico dal vero.
Oggi noi tutti ricordiamo nel 10 febbraio il Giorno del ricordo come solennità civile nazionale. E non è solo per ricordare i massacri delle foibe e l’esodo giuliano dalmata. Quei massacri perpetrati dai soldati del regime jugoslavo di Tito furono possibili per la cancellazione di tanta stampa e dei cosiddetti intellettuali dell’epoca che fecero di tutto per non parlare affinché non trasparisse tanta crudeltà da parte dei vincitori.
Tanto che se c’è una vicenda insegnata in questa giornata particolare questa va ricercata proprio nel monito a non fermarsi mai nella volontà di recupero delle nostre coscienze. La Storia consiste in un lavoro continuo di ricostruzione e affinamento delle fattualità esposte. Non può e non deve consistere in una versione definitiva. Anche quella sulla quale pare esserci proprio una pietra tombale e un giudizio di fatticità.
La sede del giudizio deve rimanere all’interno delle coscienze di ciascuno. Quello per cui non deve ma concludersi come lavoro specifico dello storico deve essere tutto nella volontà di ri-costruire i fatti per come avvennero, evidenziando bene i contesti nei quali furono maturati.
Tutto ciò non deve sconfinare col giustificazionismo storicistico. Non è detto che una soluzione doveva per forza esser presa nelle modalità in cui avvenne. L’analisi dei contesti deve avvenire senza alcun intento di costruire una requisitoria, tantomeno di fornire improbabile difesa.
Non esistono i tribunali della Storia. Sono i fatti a decidere e le vicende per come sono avvenute e vissute a dare il taglio determinante. La versione del giudizio non deve essere guardata come preminente, tantomeno come finale.
Ma la conoscenza dettagliata delle condizioni generali e specifiche di alcuni accadimenti fornisce un orientamento fondamentale per non cadere in tentazioni di perpetrare errori conosciuti. Non è quindi il giudizio, il momento nodale della Storia. Bensì la conoscenza, il già vissuto di specie, in grado di sconsigliare pratiche drammatiche.
Quella della Foibe fu una di queste pratiche e peggio ancora perché difficile da potersi raccontare – avendo vissuto uno iato di mancata narrazione. IN quintessenza ci insegna però tre cose: primo, la crudeltà delle misure sommarie praticate in condizioni di esasperazione; secondo, la tragedia degli italiani che ripiegarono nei confini nazionali ma non conobbero altrettanta solidarietà dal proprio popolo avente la sola fortuna di vivere a pochi chilometri di distanza e nella parte salvata dalle trattative post-belliche; terzo, che il peggiore affronto da fare a delle vittime è anche quello di non ridare il dramma del loro dolore.